Web divisions

Decisamente interessante questo articolo di Jeffrey Zeldman: Let there be web divisions.

La riflessione nasce dalla pubblicazione di un sondaggio da parte di A List Apart che mette in evidenza che nessuna azienda dispone di una web division. Le attività legate al Web sono, infatti, svolte o dal reparto IT o dal reparto Marketing.

La riflessione di Jeffrey Zeldman può sembrare ovvia, ma forse non lo è per le aziende: nè il reparto IT, nè il reparto mkg sono in grado, da soli, di gestire efficacemente le attività dell’impresa nel Web. In entrambi i casi, anche se per diversi motivi, i reparti non sono in grado di creare delle esperienze memorabili nell’utente che visita il sito, la piattaforma o l’ambiente Web dell’azienda.

Non sono in grado, secondo Jeffrey, i reparti IT, perchè sono composti da tecnici, anche se bravissimi, perchè non dispongono per mentalità e formazione della sensibilità o della competenza per comprendere i fattori cognitivi e sociali che rendono unica l’esperienza dell’utente in un ambiente Web. E non sono in grado i reparti mkg, che mancano spesso delle competenze tecniche che li mettano in grado di gestire al meglio le tecnologie disponibili e, soprattutto, perchè il marketing è un monologo: For one thing, as anyone reading this knows, the web is a conversation. Marketing, by contrast, is a monologue.

Se le cose stanno così per le top 500 di Fortune, figuriamoci un po’ per le aziende italiane e le PMI in particolare. Oltre a non esserci le competenze e le risorse interne per una seria attività di Web Communication, spesso non se ne afferrano nemmeno le logiche e i principi, l’importanza e le potenzialità.

Chi si occupa di mkg e comunicazione, oggi, deve pensare ad un ambiente cognitivo del tutto nuovo e diverso dai tradizionali ambienti comunicativi (tv, radio, stampa ecc.), che oltre ad essere multimediale, è interattivo e relazionale. Chi progetta le strategie comunicative nel web deve avere un rispetto nuovo per il suo target, attribuirgli capacità creativa e relazionale e, soprattutto, deve essere in grado di dialogare col pubblico alla pari e con l’umiltà di ammettere di avere sempre da apprendere, proprio come dice il buon vecchio Dan Gillmor: My readers know more than I do.

Chi progetta per il Web, deve comprenderne, dunque, prima di tutto le tecnologie. Ma non basta assolutamente: deve assorbirne le dinamiche antropologiche (Edgar Morin parla di ominazione, ossia di continua evoluzione antropologica); deve immergersi nelle strutture cognitive del pubblico di utenti (ossia quello che DDK definisce brainframe digitale); deve disporre di un nuovo sapere, iper-complesso e instabile (non esistono più saperi statici, ma una miriade di tendenze evolutive).

Quante aziende, oggi, sono in grado di operare coscientemente in questo ambiente?

Annunci